11/01/1924 – Ore 18:43 – #196
Lo porrìa contar come fosse accaduto per vero, tal nembo d’immagini intoccabili, tal tormento paradossalmente ‘sì schiarente: mura familiari, quissà le stesse ‘n cui molte ore dopo mi trovo a dilungarne riguardo, pochi brevi istanti d’una vita mai stata e mai possibile ch’afferro appena durante i sonni e appena permane alla veglia. Eppure, com’oggi, fugaci storie riescon a incidere la loro inesistenza sull’angoli di mente che quissà celo apposta pe’_essi. E mi destai d’un sonno in poltrona, e lì stava, arti spalancati e animo assopito sul letto ove son solito dormir io, vestita d’estate, dalle spalle ai polpacci di maioliche color legno su sfondo chiaro, elegante e pacifica, nel reposar più silenzioso ch’abbia mai potuto esperire. E mi destai davvero, al che, una mezzora oltre la solita sveglia, la testa ‘ncor penzolante e ‘l contenuto ‘ncor sull’unica musa che sa ispirarmi anche ‘n assenza, anche ‘n silenzio, anche ‘n fallo. Oppur tale è l’arte d’una musa. E questi filamenti onirici m’han seguito ‘n un’ulteriore dì lontano da questa casa, nella Contea di Augustine, nel terzo giorno di scolastica professionale con Stewart, attività per cui spero d’esser degnamente retribuito, non necessariamente ‘n monete. Dall’enorme stabilimento della stessa Augustine, a Henchester, Glasspool e ‘nfine Little Castle per poi terminare ‘n una locanda a Peacock, della quale sento ancora i morsi malsani delle vivande di scarsa qualità. Or vorrei sol scrivere che ‘sì termina ‘l mio girovagar odierno ma l’impellente riunione della Fox Reprise m’attende tra poco più d’un’ora e solo ‘l viaggio ‘n carrozza verso un antro di Bolinthos scordato persino dai furfanti metterà a dura prova la mia capacità di restar veglio, sagace ed abile nella dialettica cortese e motivante che proprio tale impegno esige e s’aspetta.
Da “Il Diario delle Vanvere Terapeutiche di Arthur Parker”

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