Ai confini delle contraddizioni estemporanee di Lilcoin, là dove il mormorio incessante del progresso sfumava nei vapori assopiti di una stazione ferroviaria troppo anziana, le esistenze scivolavano via più lentamente, mischiando gli avventori a uno ieri identico al domani. Gli alberi conversavano più dei passanti, il sole giocava a nascondino tra le curve strette dei vicoli e, tra i pochi esercizi ancora in grado di respirare autonomamente, sonnecchiava, appoggiato al marciapiede, il negozio di orologi del signor Wolfers, oramai gestito interamente dal figlio Wilhelm, un sancta sanctorum del ticchettare, un’occasione per ogni cliente o curioso di dialogare con l’eternità. Le lingue traballanti delle candele confabulavano con gli echi dei neon lontani, disegnando ombre più uniche che rare sui rugginosi tubi che serpeggiavano lungo i muri. L’aria tutt’intorno al negozio era permeata dal profumo atavico dell’olio per macchine e dal rimasuglio amaro di caffè che quasi sgorgava dai rubinetti nel quartiere meno popolato della città. Qui, l’ambiente pareva un personaggio a sé stante, un omertoso meditatore appoggiato alla tiepida corteccia delle ultime betulle della zona. Nell’insipidità grigiastra di quest’angolo di contea, Wilhelm Wolfers tesseva le sue quotidianità con coreografica automazione; Wilhelm racchiudeva nella quiete stellata del suo sguardo burrasche e naufragi che ormai sapeva accompagnare muti al guinzaglio, nonostante i meri venticinque anni, con un portamento surreale e impenetrabile, una statua greca mossa per incantesimo, e un’aderente aura di misteriosa saggezza che sorpassa senza dissonanze la sua età. La chioma scomposta del ragazzo salutava il vento come l’ala d’un corvo, elegante nella sua disordinata sobrietà, la barba curata ma mai imponente e le mani fini, agili e leggere parevano dipinte in fretta da una tavolozza autunnale. Gli abiti raccontavano aneddoti ormai scordati, precisi fino all’ultimo punto d’orlo, blandi nel colore ma regali al tocco e poetici nel movimento. Wilhelm era il miglior cartellone pubblicitario del suo negozio che avesse mai scorrazzato tra le strade di Lilcoin. Suo padre, il maestro Gunther Watson Wolfers, aveva sudato gran parte della sua giovinezza per permettersi di aprire il negozietto di orologi a Lilcoin, trasformando, con la sola maestria e passione per l’arte, quell’angolino dimenticato del paese in un rispettabile tempio del tempo. Qui, fin dai primi mesi d’attività, giostrava la clientela entusiasta tra le mani robuste e calme e istruiva il curioso Wilhelm a riparare ogni componente, riconoscere la musica di ogni meccanica e comprendere l’ondeggiante e modesta anima dello scorrer dei giorni che rincorreva il ticchettare dentro la bottega. Gunther si spense improvvisamente quando Wilhelm era ancora molto giovane e il ragazzo si ritrovò a voler seguir l’orme del babbo con una dedizione, passione e ossessione ai limiti della sanità quasi come se lo spirito di Gunther si fosse semplicemente unito al suo. E l’anni scorrevano in quella bottega più che in qualsiasi altro posto, tra le mura che borbottavano a tempo e le abitudini scandite dal metronomo inesorabile dei bracci; in tale caciara ritmata, scalpitava silenziosa una sete asimmetrica dentro il petto del ragazzo, una sete d’altro, placata talvolta dalla tradizione artigiana di cui era sinceramente innamorato, fomentata tal’altre dallo scrosciare di interrogativi e inquietudini irrazionali. Sì che sacro restava ogni suo tocco, ogni sua opera, ogni suo pensiero alla vista del suo guardo riflesso appena in un quadrante lucido, ma in essi ancora e ancora la pareidolia d’orizzonti e vite che sfumavano ad ogni scatto dell’ingranaggi. Una mano intrecciava amorevolmente la disciplina devota che scorreva nelle sue vene, echeggiata dal ricordo del padre; l’altra mano che brandiva ora un martello, ora un bastone, ora una zolla di umida terra profumata. Una voce che blaterava d’oli e leghe, l’altra d’arie e sidri. Ogni ticchettio sempre uguale non poteva portar un domani diverso. Eppure, un domani diverso giunse al tempio dei Wolfers: il signor Pericus Moods, in una soleggiata mattina d’inverno, lanciò sul bancone di Wilhelm un panno di stoffa cremisi, sapientemente adornato da maioliche dorate, che Wilhelm srotolò con l’eleganza e l’attenzione che il tessuto dimandava silente. Un orologio da tasca lo osservò interrogativo, la cassa di metallo sfoggiava solo qualche respiro addosso e la pregevole fattura della ghiera di regolazione resisteva con superbia alle dita dell’artigiano che la sfiorarono per un istante. Le lancette arzigogolate lo scrutavano immobili e il quadrante restò muto dal suo universo perlaceo e marmoreo quando arrivò a pochi centimetri dagli occhi scuri del ragazzo. Con sapienti movimenti della mano che ora teneva una sottile lama lucente, aprì la cassa dell’orologio, esponendone alla luce dorata della bottega i pregevoli ingranaggi, congelati nell’enigmatica stasi che perplimeva il ragazzo. L’altre lancette appese ai muri dell’emporio di Wilhelm scandivano il passare dei giorni, sottolineavano le imprecazioni anomale del mastro orologiaio che trascorreva ore ed ore col naso immerso nel misterioso orologio del signor Moods. Insuccesso dopo insuccesso, Wilhelm trasudava impazienza e, a tratti, sconforto iracondo. Fallimento dopo fallimento, tentativo su tentativo, Wilhelm cominciava a specchiarsi nell’ossessione enigmatica che ormai aveva iniziato a rubargli anche qualche ora di sonno, qualche pensiero erratico, qualche fede, qualche speranza. Vorticando nel ticchettare dei meriggi sempre più bui, il ragazzo si confondeva poco a poco con le metafore spontanee che quell’artefatto gli spennellava addosso, incorniciando d’ulteriori dubbi e sfide all’orgoglio una lotta viscerale tra la sicurezza scontata delle sue solitanze e la fame della scoperta; con tale rifiuto alla sottomissione, l’orologio da tasca del signor Moods s’era tramutato nel catalizzatore d’un viaggio imprevisto ch’avrebbe trascinato Wilhelm a barcollare tenacemente tra i labirinti più oscuri e le brughiere più luminose del suo ego, strattonandolo oltre la soglia del conosciuto, verso panorami d’infinite risposte potenziali e domande incoerenti.
Mi conforto ‘n quelle solitanze
Che tanto impedono quant’accomodano
Vedansi più scritti, più stanze
E l’implicazioni che ne conseguono
Sì ch’aver scuse (e) rimostranze
S’addice all’insuperamento
M’anche al saperlo e farne arte
Quando so che so che mi mento.

Solitanze



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