Fulgenzio Macchiabelli si insediò nello studio del vecchio sindaco e guardò fuori dalla finestra.
“Ah! Che bel panorama!” pensò.
Le colline non avevano gli occhi, le case erano ovviamente disposte in modo casuale e le strade portavano a Roma anche se nessuno ne aveva bisogno.
“Ma che bel lavoro!” pensò Fulgenzio.
Ad un tratto non capitò niente.
Nemmeno i capitani capitavano. Nemmeno i successori succedevano. Solo i passeri passavano ma sembrava non importare a nessuno.
Poi, all’improvviso non successe nulla.
O quasi.
Catalino, cugino di primo grado e ultimo grido di Fulgenzio si sistemò il cuscino. Fulgenzio sentiva che era successo qualcosa nella sua città e fissava fuori dalla finestra pensando
“Fa che nessuno abbia slacciato una scarpa o sistemato un cuscino…”
Ma il peggio era già avvenuto.
Catalino aveva sistemato il suo cuscino; lo aveva preso, scosso un po’, mosso le piume all’interno e rimesso a posto.
Mai farlo. All’ora di andare a letto Catalino posò la testa sul cuscino e un brivido lo percorse lungo la schiena fino su alla schiena.
Ok, beh, lo percorse poco.
Ma intensamente.
Quella notte non riuscì a dormire.
Non riusciva a sistemare la testa come suo solito.
E non riusciva a prendere sonno.
In più una zanzara lo teneva sveglio giocando a dama con una mosca. Avrebbero pure fatto silenzio ma la zanzara gridava ogni volta che mangiava una pedina.
Allora Catalino si alzò e decise di farsi un panino.
In quel momento Fulgenzio si svegliò di soprassalto e gridò. La moglie di Fulgenzio gli chiese se stesse giocando a dama. Poi si ricordò di non aver sposato una zanzara.
Fulgenzio fissava il buio e sperava che nessuno si stesse mettendo a farsi un panino a quell’ora.
Era luna di notte perché di giorno c’è il sole.
Catalino prese il pane, lo spezzò e disse «Ma no! Si è rotto male! Meglio se prendo un coltello per aprirlo.»
Allora si avvicinò al cassetto dei coltelli e una lama gli sputò.
“Maledetta…” pensò.
Prese un coltello senza ghiandole salivari e tagliò in due il pane.
Aprì il frigo – non con il coltello – e scelse cosa mettere nel panino.
C’era del prosciutto copto, della tricotta, del gorgonzolla color terreno, del succo di limone parzialmente scremato, delle olive ascolane in vacanza, avanzi di pasta al forno e di pasta al tornio, castagne, un bicchiere di latte, uno di vetro e castagne. Nel freezer, castagne. “Non ricordavo di aver preso così tante castagne.”
Ma in quello stesso momento, in un istante diverso, in un attimo completamente diverso ci fu una congiunzione con tre puntini di suspense e…
tratto da “Gli Alieni non Credono a Noi” edizione imbruttita – Lupiscattoli, Delrio, (2023)


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