06/10/1923 – ore 08:26 – #99
In veglia da molte ore, seppure nemmeno la nona ora del giorno; lo scorrer odierno dovrebbe e sarebbe colmo d’obblighi, quasi a riscattar l’inerzia e la procrastinazione dimostrati ‘n giorni trascorsi. Eppure, un’intrigante mollezza, come palude vischiosa, si tesse ‘n una rete d’inanità, avviluppando ogni gesto. Sì che ‘n la brama dell’agire, infine, sperdo, senza mai per vero abbracciar il controllo d’ogni cosa – e poi, a rammaricarmene. E così ancora, un vortice senza fine apparente. Una rotonda insidiosa d’ove so di poter fuggire ma alla qual cedo, sedotto dal conforto dell’inconcretezza immediata delle conseguenze, sì ardite e concrete come l’atto stesso. Indi qui, a sgomitar parole, qual esorcismo e tentativo di mitigar il pudore nel susseguir dell’ore. Nel manto ombroso dell’inconscio vò confidando d’un alba astrusa, un incanto inaspettato, in grado di ridestare la mia consueta fermezza, determinazione, la mia natura. O forse, tale sono: instabile, inaffidabile. O forse, invero, tale è solo la litania che l’unta palude mi sussurra incessantemente.
Da “Il Diario delle Vanvere Terapeutiche di Arthur Parker”

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