«Ehi, bella pettinatura.» iniziò Marzo.
«Grazie,» rispose Daria arrossendo «Sono stata alle Barbados il mese scorso e mi sono fatta fare una treccina.»
«Di solito si fa in testa.»
«Lo so ma sono così morbidi ed elastici i peli delle mie ascelle.»
«Affascinante. Come ti chiami?»
«Io non mi chiamo. Di solito mi chiamano gli altri.»
«Mh. E gli altri come ti chiamano?»
«Col telefono.»
«Io mi chiamo Marzo, piacere.»
«Ciao Marzo Piacere, io sono Daria Perdita.»
«Perdita Daria?» «Mio padre era astrologo e soffriva di meteorismo.»
«Beh, Daria è un bel nome, complimenti.»
«Grazie, anche il tuo, Marzo Piacere.»
«No, beh io di cognome faccio Pane.»
«Ah! Marzo Pane. Tuo padre era un pasticciere forse?»
«No, lo era la signora dell’anagrafe. Volevano chiamarmi Marco.»
«Ma Marco Pane non assomiglia a un dolce.»
«Si lo so, ma mio padre non era pasticciere.»
«Come mai?»
«Perché faceva altro.»
«Mi spiace.»
I due si guardarono per lunghi secondi interminabili.
«Ti va un caffè?» disse Marzo.
«Si, grazie, vado al bar. A presto, Marzapane.»
tratto da “Gli Alieni non Credono a Noi” edizione imbruttita – Lupiscattoli, Delrio, (2023)


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